Paolo Carosone


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Cesare Vivaldi

TEXTS > Writings on the Artist

Santini, stampe popolari, ex voto, illustrazioni di libri scientifici del secolo scorso, pistole, bersagli, il compagno di classe bravissimo che spara risposte esatte con l'implacabile precisione di un'arma da fuoco, donne asessuate e bambole invece sessualissime, orologi, Arabe Fenici, autoritratti neanche troppo narcisistici, fregi eseguiti a traforo da un nonno maniaco, baffoni, macchine per scrivere come strumenti di tortura, un apparecchio per correggere il naso, proiettili di rivoltella, il gabinetto del dottor Caligaris ridotto a campo di giochi per il " piccolo chimico ", la serratura, il catenaccio, Eva e un Adamo senza testa, angioletti, cornici di stucco, bulloni (e l'elenco potrebbe continuare): ecco alcuni degli ingredienti che Paolo Carosone ossessivamente ripete, mescola, fa rimbalzare di lastra in lastra attraverso tutta la sua opera grafica, corpus ormai ponderoso di nostalgie infantili, di tics, di fantasticherie assurde, diario di traumi e di angosce esorcizzati con la fantasia e lo scherzo, in un atteggiamento ludico che sottintende una presa di coscienza persino dolorosa della realtà.
Il discorso di Carosone, quale si è venuto precisando da un paio d'anni a questa parte (con una maturità formale sorprendentemente precoce, trattandosi di un artista giovanissimo), nella sua svagatezza, irrequietezza e composita eterogeneità è quanto altri mai coerente e organico.
Carosone non racconta che se stesso, la propria storia, il proprio modo di stare di fronte alla vita e quanto - in maniera più o meno inconscia - riesce a trarre in luce dalla profondità del proprio essere. Per la sua opera grafica, come per la relativamente scarsa opera pittorica, non si può non parlare di surrealismo; ma si tratta di un surrealismo sui generis, assolutamente spontaneo, di un surrealismo che non è stato assunto come cosciente mezzo formale di espressione ma che scaturisce dalla materia autobiografica e in gran parte psicologica tutti i livelli, mediante la quale l'artista ha scelto di parlare (da solo a solo prima che con gli altri), di un surrealismo senza ideologia, di un surrealismo infine che aborre gli stilemi orinai canonici con i quali molta attuale e nuova figurazione " inorpella la vecchia retorica " umanistica ".
L'opera di Carosone offrirebbe certamente un ricco terreno di indagine a un analista. Non è questo che qui interessa, tranne che per rilevare ancora, con una dimostrazione se si vuole per assurdo, il carattere non soltanto personalissimo ma privatissimo del suo inondo poetico, che diventa pubblico solo e appunto in quanto poetico, in quanto artisticamente realizzato.
Le storie, le favole di Carosone appartengono, come tali, a lui e a nessun altro che a lui; le sue qualità narrative appartengono a tutti. Adulto-bambino intento a recuperare, oltre la cultura di massa e l'industrializzazione sempre più estesa e pesante, un universo di ricordi, nel contempo idoleggiando una civiltà artigiana e preindustriale quale probabilmente non è mai esistita, almeno nei termini in cui egli la configura, Carosone si è foggiato un eden contesto di miti in sé squallidi e assurdi, ma che la sua fantasia riesce a trasfigurare in " something of rich and strange ", contaminandoli, travestendoli, mimandone i vari episodi con quel suo segno volutamente maldestro, infantile, caricaturale.
Carosone stravolge letteralmente le tecniche tradizionali dell'incisione; sovrappone le lastre, usa insieme l'acquaforte, la litografia, il monotipo, la riproduzione fotomeccanica.
Artefice mirabolante è alla ricerca continua di sempre nuovi mezzi per sbalordire anzitutto se stesso. Le diverse tecniche sono per lui modi di condurre un gioco appassionantissimo, pezzi da spostare sulla scacchiera alla stessa stregua dei materiali eterocliti e bizzarri ai quali si ispira, fantasmi insomma del suo mondo interiore; e, prima ancora che maniere di operare, momenti dell'essere.
L'arte profondamente ambigua di Carosone ha il suo " doppio ", direbbe Artaud, nella vita. E' una parafrasi della vita né più né meno di quanto la sua vita non sia parafrasi dell'arte. L'assurdo, l'ambiguo che permeano queste carte inquietanti hanno una radice ben profonda, che l'esteriorità delle forme (scelte peraltro con assolute chiarezza di intenti e decisione) non fa che confermare.

CESARE VIVALDI
(Calcografia Nazionale, Roma. Aprile-Maggio 1966 )


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